LA QUASI LIBERTA’

Articolo pubblicato il 29-07-2020

LA QUASI LIBERTA’

Brevissima storia di un mezzo di trasporto inventato quasi centoventi anni fa, e che oggi ci pare particolarmente adatto ai tempi. Di Donatella Biffignandi, con la preziosa collaborazione di Alessandro Sannia

Nel 1903 un certo Jules Secrestat, ricco gentleman-driver (anche se, essendo francese, avrebbe detestato di essere definito in questo modo), ebbe un’idea  e ne parlò al carrozziere Henri Lafitte, di Bordeaux. Questi ci pensò e utilizzò per la realizzazione un telaio Panhard & Levassor. Ne uscì una “cosa” che fu battezzata “bourlinguette”: era il primo camper. (Che tra l’altro, sia detto per inciso, siamo gli unici in Europa a chiamare così, con un termine che in realtà significa “campeggiatore”, dall’inglese to camp. Gli inglesi usano camping-car, campingvan, o motor-home per quelli più grandi. Ma noi pensiamo sempre di sapere l’inglese meglio di tutti…).

La prima volta che gli italiani vedono un camper è alla Fiera Campionaria di Milano del 1959: ma la maggior parte dei visitatori tira dritto, pensando di trovarsi di fronte ad un accampamento di zingari. All’estero, più pratici, il camper è in voga già da decenni, magari per andare a caccia o per fare vacanze all’insegna dell’economia. O per viverci, come fanno molti americani in una nazione che ha fatto del nomadismo e del movimento un carattere identitario.

Ma a decretarne il successo mondiale, a più di sessant’anni dalla sua invenzione, fu la cultura hippy degli anni Sessanta e Settanta, che rivoluzionò il concetto di viaggio. Diventava imperativo viaggiare in libertà da qualsiasi condizionamento, sfuggire creativamente ad una vita regolata (da regole altrui), alla pianificazione, alla successione di eventi uguali e opprimenti. A questo scopo si prestava perfettamente il Typ 2 Volkswagen, un furgone (poteva essere anche un pulmino) riadattato, e diventato un’icona, un simbolo della controcultura hippy. Spesso ridipinto con grafica psichedelica, o comunque personalizzato con decorazioni a mano, permetteva ad interi gruppi di amici di viaggiare economicamente e di condurre una vita vagabonda, all’insegna dell’improvvisazione e del “lasciarsi fluire”. Lo stesso logo della VW si prestava ad essere facilmente trasformato nel logo della pace.

Cos’è rimasto di tutto questo, a distanza di altri cinquant’anni, in tempi duri per mille motivi, e ora resi ancora più crudeli da un virus che lascia poco spazio ai rapporti umani, tanto da farci diffidare di tutti i luoghi di aggregazione vacanziera, come gli alberghi, i treni, gli aerei? Ci è rimasto lui, il camper.

Perché il camper, o camping-car che sia, è una casa mobile viaggiante, che fonde un mezzo di trasporto individuale con una sistemazione per mangiare e dormire, ma più maneggevole e versatile di una roulotte. Permette una totale indipendenza. Permette di andare (quasi) dove si vuole, senza prenotazioni di sorta, senza preoccuparsi di trovare posto in albergo, fermandosi dove e quando si desidera (fatte salve, ovviamente, alcune regole di campeggio). Tutte qualità che sicuramente lo hanno fatto apprezzare a generazioni di viaggiatori, ma che oggi appaiono una delle poche soluzioni “sicure”, dal punto di vista sanitario: perché si rimane come in casa propria, senza necessità di frequentare luoghi da condividere con altri. Bingo! Si comprende facilmente perché, nonostante la chiusura dei concessionari in quasi tutta Europa, fra marzo e aprile, in osservanza del lockdown da coronavirus,  nei primi sei mesi del 2020 si stia comunque vendendo oltre il 10% in più di camper nuovi (dati: European Camper Federation). E Il numero di coloro che per la prima volta hanno scelto un camper per muoversi è cresciuto del 45%.

Certo, il mercato italiano non conta più del 6% (contro la Germania che ne vale circa il 50% e la Francia oltre il 25%) di quello totale europeo. E se la nostra produzione è il 20% di quella europea complessiva, possiamo consolarci con il fatto che quasi l’80% dei camper europei hanno base italiana (ossia sono prodotti nella stessa fabbrica, in Abruzzo).

Non andremo all’Isola di Wight, né allo Stonehenge Free Festival, o al concerto di Woodstock, e neanche ad una marcia della pace su Washington (anche se ce ne sarebbe ancora bisogno). Magari andremo solo al mare, con i bambini o con la fidanzata,  dopo che il noleggiatore avrà sanificato il nostro camper con l’ozono. Ma saremo tranquilli, e distanziati. Grazie signor Lafitte!

Fiat 509 da campeggio, 1925.

Casa Automobile su Fiat 503 F, 1927

Carrozzeria Riva su Fiat 615 RN, 1956.

Volkswagen T1, in produzione dal 1950.

(in basso) Brochure per un T1 Komfort RV del 1970.

Hymer Camp su Fiat Ducato, 2003.

 

3 thoughts on “LA QUASI LIBERTA’”

  1. Gippo Salvetti says:

    Bravi bell’articolo, dal momento che sono da un quarto di secolo camperista, mi domando sempre perché mai ho iniziato così tardi (a quasi 45 anni…) Essere camperisti, anche per piccoli e brevi tragitti di un paio di notti vuol dire riscoprire le tante bellezze dell’Italia e cambiare ogni mattina il panorama alla finestra…
    Provare per credere.

    PS in vita mia andato solo una volta in un campeggio!, solo sosta libera in luoghi belli e non troppo isolati..

  2. RECORD says:

    Brava!
    Eccellente storia sui camping car.

  3. tenconi edoardo says:

    bravi o ho un telaio del 503 f se qualcuno vuole cimentarsi nella ricostruzione storica è disponibile

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